venerdì 24 marzo 2017

L'euritmia dei templi greci

LE PROPORZIONI IN ARCHITETTURA


Introduzione

Nel capitolo precedente abbiamo visto, in linea generale, cos’è la proporzione in architettura e da cosa deriva.

Abbiamo iniziato a conoscere il significato della parola simmetria, il modulo e la divina proporzione, così come le basi dell’architettura greca e romana.

In questa puntata del nostro viaggio andremo invece a conoscere più in dettaglio l’architettura greca, in modo da comprendere il modo di costruire degli antichi greci, che come già appreso si basava sul modulo e sugli ordini architettonici.

Gli ordini architettonici greci

È innanzitutto importante ricordare che la progettazione dei templi è basata sulla simmetria, che
nasce dalla proporzione.
La proporzione è il rapporto tra le singole parti del tempio e di ogni singola parte con l’insieme.
Il rapporto è basato sull’applicazione di un modulo fisso, in questo caso l’ordine architettonico, il quale consente di applicare il metodo della simmetria.

L’ordine architettonico

Nell’architettura greca si distinguono tre ordini architettonici:

  • Dorico;
  • Ionico;
  • Corinzio.

Ogni ordine architettonico ha le sue regole e le sue proporzioni e la dimensione della colonna viene calcolata in base al modulo dato dal diametro della colonna alla base, quindi dal rapporto tra modulo e altezza.

Ordine Dorico

L’ordine Dorico, originario del Peloponneso e portato dai Dori, consiste in:

  • colonna;
  • capitello.

Il capitello è costituito da:

  • echino;
  • abaco.

L’abaco ha una forma di parallelepipedo liscio a base quadrata ed è posizionato nella parte alta del capitello avendo la funzione di raccordo della colonna con l’architrave.
L’echino ha una forma di tronco di cono rovesciato ed è la parte principale del capitello.

La colonna è priva di base e poggia direttamente sullo stilobate (piano di calpestio).
Il fusto della colonna è scanalato a spigoli vivi, rastremato verso l’alto e a 1/3 dalla base presenta un rigonfiamento chiamato entasi.
L’altezza della colonna è di 10 – 14 moduli.

La trabeazione è una struttura orizzontale composta da:

  • architrave;
  • fregio;
  • cornice.

L’architrave è una delle tre parti della trabeazione ed è la parte che poggia sulle colonne.

Il fregio presenta metope e triglifi alternati.

  • La metopa è una lastra che fa parte del fregio ed è decorata con bucrani, scudi etc.
  • Il triglifo è composto da glifi e femori ed è delimitato dal capitello del triglifo in alto e dalla tenia in basso.

Il timpano è il coronamento a forma triangolare composto da:

  • sima;
  • acroteri.

L’acroterio è un piedistallo collocato agli angoli e al vertice del frontone.


Ordine Ionico

L’ordine Ionico nasce in Asia Minore, nella cosiddetta Grecia Ionica.

La colonna è formata da:

  • base;
  • fusto (scanalato a spigoli piatti)
  • capitello.

L’altezza della colonna è calcolata su 16 – 22 moduli.

Il capitello è costituito da:

  • echino a volute;
  • abaco.

Il fregio non presenta metope e triglifi.

Ordine Corinzio

L’ordine Corinzio è il più recente degli ordini greci ed era utilizzato principalmente per gli interni; ebbe più fortuna in epoca romana.

La colonna è costituita da:

  • base;
  • fusto (scanalato a spigoli piatti);
  • capitello.

L’altezza della colonna è calcolata su 18 – 22 moduli.

Il capitello è costituito da:
  • echino, decorato a foglie di acanto e brevi volute;
  • abaco.


Il fregio è continuo e non presenta metope e triglifi.


Proporzione degli ordini

Il piedistallo o base è costituito, nelle parti principali, da:

  • cimasa;
  • dado;
  • basamento o zoccolo.

Il piedistallo è alto circa 1/3 della colonna.

Da ricordare: nell’ordine Dorico non esiste la base.

La trabeazione è costituita da:

  • cornicione;
  • fregio;
  • architrave.


La trabeazione è alta circa ¼ della colonna.

L’altezza della colonna varia nei tre ordini:
  • Dorico: 8 diametri;
  • Ionico: 9 diametri;
  • Corinzio: 10 diametri.

Una volta fissata la grandezza tipo o modulo è possibile trovare le altre misure delle parti della struttura.

Esistono tre tipologie di procedure del proporzionamento, ricavabili dai trattati e consistono in:

  • procedura delle proporzioni successive
(Vitruvio, Leonardo, Alberti, Palladio);

  • procedura dei sottomultipli
(Vignola);

  • procedura metrica decimale
(Chitham).

Questo per conoscere quali sono le procedure e i criteri di proporzionamento utilizzate dagli antichi, utili per chi vuol conoscere l’architettura classica.

Simmetria ed Euritmia

Il sistema simmetrico o sistema delle proporzioni nella progettazione del tempio era quindi basato sull’unità di misura del modulo derivato dal diametro della colonna alla base.
Una volta scelto il modulo ossia l’unità di misura, veniva dimensionata l’intera struttura templare basata sul sistema costruttivo trilitico attraverso una serie di rapporti moltiplicativi fissi.

Il sistema trilitico è costituito da:

  • elementi verticali portanti
(colonne e pilastri);
  • elementi orizzontali portanti
(trabeazione).

Infine, per concludere questa tappa sulle proporzioni nell’architettura greca, andiamo ad analizzare i termini:

  • Simmetria;
  • Euritmia.

Secondo Vitruvio la simmetria è “un accordo uniforme fra le membra della stessa opera, e una corrispondenza di ciascuno delle medesime separatamente a tutta l’opera intera.
Siccome nel corpo umano vi è simmetria fra il braccio, il piede, il palmo, il dito e le altre parti, così lo stesso è anche in ogni opera perfetta”.

Il Barbaro pone la simmetria fra le categorie estetico-teoretiche:
la simmetria è la bellezza dell’ordine come è l’euritmia la bellezza della disposizione. Non è bastanza ordinare le misure, una dopo l’altra, ma necessario è che quelle misure abbiano convenienza tra sé, cioè in qualche proporzione”.

Secondo il Vitruvio l’euritmia è “… il bello e grato aspetto cagionato dalla disposizione delle membra. Si ha quando di dette membra corrisponde l’altezza con la lunghezza e la larghezza con la lunghezza, e insomma tutte le cose hanno giusta proporzione”.

La differenza fra simmetria ed euritmia è quello indicata dal Barbaro, cioè la differenza di pertinenza fra quantità e qualità, fra l’ordine di dimensione delle cose, degli elementi e la distribuzione delle stesse.

Quindi anche i termini di simmetria e di proporzione tendono ad assimilarsi.
Secondo il Sitte, nel mondo greco simmetria e proporzione forse erano la stessa cosa, con la differenza che per proporzione veniva intesa un certo rapporto gradito alla vista, mentre per simmetria si intende lo stesso rapporto espresso in numeri.

In tutto questo l’euritmia rimane autonoma: riguarda infatti la qualità delle parti.

In definitiva mentre per la simmetria è sufficiente che le parti corrispondano in rapporti di quantità, per l’euritmia invece vi è l’esigenza fondamentale di regolarne la collocazione.

Il riferimento logico in tutto questo è il corpo umano nel quale è evidente la presenza sia della simmetria sia dell’euritmia.
La simmetria appartiene quindi al campo della normativa.
L’euritmia è invece un fattore culturale poiché si basa sull’estetica e sulla sensibilità di una cultura.

Studio sulle proporzioni in architettura

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Filippo Puglia


Filippo Puglia
Sono nato a San Giorgio di Gioiosa Marea in provincia di Messina; un piccolo borgo situato sulla costa tirrenica della Sicilia nord-orientale, di fronte all’arcipelago delle isole Eolie.
Mi occupo di design e scenografia e sono un appassionato e studioso di arte, architettura, letteratura e teatro.





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mercoledì 22 marzo 2017

La nascita della scuola siciliana

SCUOLA POETICA SICILIANA


 Introduzione

 Nel capitolo precedente abbiamo iniziato a conoscere il personaggio che ha posto le basi della Scuola Poetica Siciliana, Federico II di Svevia, parlando in linea generale della sua attività amministrativa e culturale.
In questa tappa del nostro percorso andremo a vedere come nacque e come si sviluppò la Scuola Poetica Siciliana.

La nascita della scuola

Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero, Re di Sicilia e Re di Gerusalemme, stabilì la sua corte principale in Sicilia, essendo l’isola situata al centro del Mediterraneo e al centro del suo vasto impero. La Sicilia era inoltre il luogo di incontro e fusione di molte culture.
Federico II era uomo di grande cultura e ingegno, tanto da venir chiamato “Stupor Mundi”, e aveva come obiettivo quello di governare il mondo allora conosciuto; per far questo intendeva avvalersi di ogni mezzo possibile per stabilire la sua supremazia.
Elaborò quindi una politica strumentale anche nel campo culturale, creando una scuola che potesse raccogliere i maggiori poeti e intellettuali provenienti da ogni parte del mondo, rendendoli allo stesso tempo parte integrante della sua corte.

L’obiettivo della sua scuola era quello di formare una nuova poesia che fosse laica e che potesse contrastare il predominio culturale della Chiesa; inoltre doveva contrastare anche la produzione poetica comunale e doveva essere aristocratica, poiché doveva ruotare attorno alla sua figura di imperatore.
L’obiettivo della scuola era quindi rappresentato dal tentativo di realizzare una cultura universale e spirituale nel rispetto delle religioni, ma senza esserne condizionata o subordinata.
La lingua usata era il siciliano illustre, una lingua nobilitata dal continuo confronto con le lingue auliche come il latino e il provenzale.

Quindi l’obiettivo letterario di Federico II era quello di formare un volgare raffinato e reale, non più un volgare regionale o isolano e circoscritto, ma una lingua universale regolata da norme e principi cortigiani e aristocratici.
Così alla poesia provenzale, divenuta ormai un modello europeo, si accostò la poesia siciliana; con la differenza che i poeti provenzali erano dei professionisti e trattavano soprattutto il vassallaggio di tipo feudale; mentre i poeti “siciliani” erano funzionari di corte e la loro materia era esclusivamente l’amore cortese.

La scuola purtroppo ebbe vita breve: si sviluppò intorno al 1230 ed ebbe una durata di circa trent’anni, iniziando il suo declino con la morte di Federico II per concludersi con la morte del figlio Manfredi nel 1266.

Conclusioni

Nel prossimo capitolo del nostro percorso andremo a vedere e conoscere la Magna Curia di Federico II, in modo da avere un quadro più preciso sulla figura dell’imperatore e sul periodo storico che fece della Sicilia il centro culturale e amministrativo del mondo allora conosciuto.
Successivamente andremo ad analizzare più in dettaglio il linguaggio, la metrica e i poeti della scuola siciliana.

Scuola Poetica Siciliana

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martedì 21 marzo 2017

La Zolfara di Renato Guttuso

RENATO GUTTUSO

Gli Zolfatari


1953

Introduzione

Renato Guttuso fu un pittore siciliano che contribuì con le sue opere alla straordinaria stagione artistica italiana dello scorso secolo. Egli, da buon siciliano, era profondamente legato alla sua terra, che raffigurò in ogni sua parte soprattutto quella riguardante la società.

In questo viaggio cercheremo di comprendere l’artista con il racconto delle sue opere più importanti.

Gli Zolfatari

In quest’opera, così come in tutte le opere di Guttuso, è possibile ammirare l’effetto dato dalle cromature vivaci con le quali l’artista compone le sue scene.
Guttuso trasmette nei suoi lavori tutta la sicilianità con una luce calda e intensa esaltando così le scene e i personaggi.

Analisi

La Zolfara, storicamente un luogo buio e triste, si trasforma nella sua scena in un luogo pieno di luce che esalta i muscoli dei minatori e accentua le espressioni di ognuno di loro, mostrando sui loro volti la fatica e il disagio di un mestiere duro, ma allo stesso tempo mostrando la loro forza di volontà nel portare a termine il lavoro.
Una scena cruda nella quale i colori predominanti sono il verde, la terra e il giallo intenso, che sembrano portare il sole all’interno della scura miniera. Grande esempio di sicilianità con il rosso che marca i punti focali dell’insieme scenografico con la tipica pennellata forte e decisa, che riesce a trasmettere forti emozioni nell’osservatore.
Nella scena, infatti, vengono raffigurati gli uomini nudi e magri, che privi di gioia lavorano intensamente mostrando la fatica e la voglia di completare il proprio lavoro per il bene della famiglia che a casa attende il loro ritorno.
Uomini raffigurati con un colore verdastro proprio per mostrare le fatiche e gli orrrori di un lavoro crudo e tragico. L’unico che mostra ancora il colore naturale della pelle è il bambino che attende che il proprio sacco venga riempito; un bambino che ancora non è contaminato da quell’aria malsana e dagli orrori della miniera né dalla paura propria di quegli uomini che tutto possa finire da un momento all’altro con il crollo della galleria né dalla percezione della solitudine.
Così Guttuso racconta una di quelle scene sociali drammatiche come testimonianza del suo essere vicino al popolo umile e operaio.

Il pensiero che un tempo si svolgevano questi lavori porta nel mio cuore tanta tristezza; tuttavia l’opera di Guttuso, nonostante la drammaticità della scena, mi trasmette quell’orgoglio e quella fierezza tipica del siciliano, la capacità di combattere senza mai arrendersi nonostante le difficoltà.

Studio su Renato Guttuso

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lunedì 20 marzo 2017

Il Castello della Zisa di Palermo

ARCHITETTURA ARABO-NORMANNA

IL CASTELLO DELLA ZISA

Prima Parte



Cenni storici

I Normanni dopo aver conquistato la Sicilia istituirono un regno feudale, in cui i diversi popoli presenti nell’isola poterono vivere in pace. Anche gli stessi Arabi sconfitti dai Normanni occuparono ruoli di prestigio nel nuovo regno.
Dal canto loro i Normanni erano attratti dalla cultura e dall’arte islamica; infatti molte delle loro opere furono di ispirazione araba e costruite con maestranze musulmane.

Il palazzo reale della Zisa, nome che deriva dall’arabo Al-Aziza che significa “la splendida”, sorgeva in quell’epoca fuori dalle mura di Palermo, all’interno del parco reale normanno chiamato Genoardo.
Il nome Genoardo deriva dall’arabo Jannat al-ard che significa “paradiso della terra”.
Era un enorme parco che si estendeva da Altofonte fino alle mura del palazzo reale e ospitava opere straordinarie come fontane e vasche d’acqua, ma anche palazzi come l’Uscibene, la Cuba e la Cuba soprana.

Il palazzo della Zisa, così come le altre residenze reali, venne realizzato alla maniera araba poiché i normanni volevano le loro residenze ricche e festose come quelli degli emiri.
La costruzione del palazzo fu iniziata nel 1165 per volere del re Guglielmo I e terminata nel 1175 sotto il regno del figlio Guglielmo II.

Il palazzo della Zisa non subì trasformazioni importanti fino al XVII secolo come da testimonianza del monaco bolognese Leandro Alberti, che visitò il palazzo nel 1526.

I primi interventi significativi furono effettuati a partire dal 1635-36, quando Giovanni de Sandoval e Platamone, cavaliere dell’Alcantara, Marchese di San Giovanni la Mendola, Principe di Castelreale e signore della Mezzagrana e della Zisa acquistò il palazzo e lo adattò alle nuove esigenze abitative.
Gli interventi che il Sandoval apportò all’edificio riguardavano:

  • la costruzione di un altro piano e la chiusura del terrazzo;
  • un grande scalone nell’ala destra del palazzo con la demolizione di muri portanti e delle originarie scale.

Nel 1806 la Zisa passò nelle mani dei principi Notarbartolo, antichi nobili siciliani ed eredi della casa ducale dei Sandoval de Leon.
I Notarbartolo effettuarono diverse opere di consolidamento:

  • risarcimento delle lesioni nei muri;
  • incatenamento dei muri per contenere le spinte delle volte.

Infine trasformarono la distribuzione degli ambienti con la costruzione di nuove tramezzature, furono costruiti soppalchi, scalette interne e fu ricoperta la volta del secondo piano per realizzare il pavimento del padiglione della terrazza.
Nel 1955 il palazzo venne espropriato dallo stato, il quale iniziò immediatamente i lavori di restauro per poi sospenderli, lasciando l’edificio per quindici anni incustodito e abbandonato.
Nel 1971 l’ala destra, già compromessa dai lavori effettuati dal Sandoval e dai lavori di restauro, crollò.
Successivamente venne chiamato il professore Giuseppe Caronia per ricostruire e restaurare l’edificio; dopo circa vent’anni di studi appassionati, nel 1991 il prof Caronia restituì alla storia l’edificio.
Dal 1991 la Zisa ospita il museo d’arte islamica e dal 3 luglio 2015 è nominato Patrimonio dell’Umanità.

Studio sull'architettura Arabo Normanna
Castello della Zisa

Nel prossimo capitolo la descrizione del Palazzo
Filippo Puglia

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La storia della pasta reale



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